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“R” come Restauro, "R" come Rispetto... per gli edifici storici

Restauro o recupero di edifici storici? Il Comm. Cav. Giovanni Gazzotti di ATHAENA ci fa capire la non trascurabile differenza.

Già il fatto che si parli di storici, cioè di edifici che trovano una loro precisa ed inequivocabile collocazione nelle vicende passate dell’uomo, e non di antichi, immobili molto vecchi, interpone un oceano tra due modi di considerarli edifici.
Da qui viene facile intendere quale DEVE essere restaurato e quale può essere recuperato.
In entrambi i casi si parla di rispetto di un bene. Nel primo caso, però, si parla di rispetto della storia dell’uomo; nel secondo, nel rispetto dell’uomo.

“Guardi Baracchi, io non ho nessuna pretesa. L’unica cosa che chiedo è quella di fare il mio lavoro, che consiste nel fare le cose come si deve”.
Conoscendo il Comm. Giovanni Gazzotti, fondatore di ATHAENA, ho avuto da subito la sensazione di aver davanti una persona di cui ogni singolo respiro sia commisurato al pieno rispetto del “Tutto”.

ARRIVANDO IN ATHAENA

Credetemi, bisogna conoscere Gazzotti ed i suoi collaboratori per conoscere pienamente l’anima sincera di ATHAENA, al di là di quello che potrebbe essere la prima impressione. Infatti, arrivando a Toano, sull’Appennino Reggiano, presso i laboratori dell’Azienda, si rimane interdetti per un qualche secondo: svoltata l’ultima curva prima di lasciare la statale in favore del cortile privato, ci si trova davanti tutta una roba piena di ogni cosa. Al centro svettano due “casone” di legno vecchio (chiamarli capannoni è improprio, anche se lo sono) dove dentro si trovano i laboratori di forgiatura, ebanisteria, restauro ligneo, preparazione delle malte ed intonaci ed altro ancora di cui ancora oggi ne ignoro le finalità.

BARACCONI DI LEGNO? L’APPARENZA PUO’ INGANNARE

Certo è che i nostri occhi sono abituati a vedere stabilimenti di tutt’altra fattura. Indagando, vengo a sapere che questi due capannoni sono stati costruiti così perché era l’unico modo per contestualizzarli con il paesaggio circostante; proprio di fronte a noi si troneggia il monte Cusna in tutta la sua imponenza e la verdissima catena appenninica, dalla bolognese fino alla parmense.

Alti e ventilati per l’estate, coibentati per l’inverno, flessibili ed antisismici tutto l’anno.
Ora che li ho capiti li trovo affascinanti.

IL LAVORO CHE C’E’ DIETRO

A qui si lavora così - dice il Gazzotti, facendo un esempio – se lì c’è stato per 500 anni un trave di quercia di 4 metri e 30x30 centimetri di sezione, che va sostituito, lo devi sostituire con un trave di quercia di 4 metri con una sezione di 30x30 centimetri!!! Non puoi usare un lamellare d’abete fatto ieri! E lo devi avere disponibile, non puoi far aspettare la committenza fin quando non trovi un trave identico, e vecchio. Vuoi risparmiare? Usi del legno recente, che poi fa la formica, crepa….. Hai poi delle brutte sorprese.

Allora, senza che nessuno te lo chieda, prendi su te ne vai in giro per i boschi di mezz’Europa, insieme alle guardie forestali si fa una cernita di piante secolari delle più svariate essenze da abbattere successivamente. Si prenotano e si torna sul posto il giorno dell’abbattimento, che deve avvenire di luna calante per garantire il massimo di durata al legno.

Si seziona il fusto in grandi tavole, si portano a Toano e si accatastano per la stagionatura; circa 15 anni. Dopo di che hai un legno che non ha più paura di niente.

Parliamo di un’azienda che una volta all’anno fa una festa per la cottura della calce (non chiedetemi la ricetta e con cosa si accompagna), come si faceva un tempo.
Come un tempo, vengono approntati cocciopesto, malte e colori per gli intonaci; tutti con terre ed altre sostanze reperibili in natura, scrupolosamente preparate con processi d’altre epoche. Chiodi, staffe e cerniere forgiate a martello ed incudine.

“Ah! Bisogna lavorare così!” ribadisce Gazzotti riferendosi al fatto che anche per il restauro delle murature occorre utilizzare materiali uguali agli originali, per due semplici motivi:

  1. il muro sottoposto al trattamento deve tornare al suo aspetto originario in tutto e per tutto
  2. sono materiali che garantiscono una certa durata nel tempo e la storia ne è la prova; delle malte chimiche industriali ed ancor peggio le resine di oggi non esiste garanzia reale che durino inalterate per dei secoli.

Dici niente! Dico io.

BRAINSTORMING CON LA STORIA

Proseguendo con la visita, emerge la rilevanza che l’indagine preventiva sia svolta con minuzia e perizia certosina. Oltre a studiare gli eventi che hanno coinvolto l’edificio e i segni che essi hanno lasciato, bisogna verificare la disponibilità dei materiali (in passato, molto si faceva con quello che si trovava sul posto o poco distante). Determinare le tecnologie dell’epoca che l’impresa di restauro deve “rispolverare” e sovente ricostruire i ragionamenti che lo storico committente, il progettista o l’operaio dell’epoca fecero per ottenere quel determinato risultato.

LA PIEVE DI SANTA MARIA DI CASTELLO

“Peccato non vedere una vostra opera di restauro” dico al Commendatore.

“Prima di andare a mangiare un boccone, le faccio vedere la Pieve di Santa Maria di Castello di Toano che abbiamo restaurato in buona parte, ormai 19 anni fa” Mi risponde Gazzotti e mi chiede:
“Sai cosa sono le piagne?”

…...

Saliamo la strada che ci porta sulla cima del Monte Castello. Ancora alcuni metri di salita a piedi e ci troviamo davanti alla Pieve ed il suo basso campanile.

Subito Gazzotti mi fa notare dalle murature come in un primo tempo la pieve fosse stata costruita più piccola e abbia subito un successivo ampliamento (sempre in epoche lontane).

Un terremoto ed un incendio durante la Seconda Guerra Mondiale; non dimentichiamo che siamo a pochi chilometri da Montefiorino ne decretarono la rovina.

E’ stato un lavoro da matti, restaurare questa chiesa, sento alle mie spalle mentre faccio qualche foto, tra fare ordine nel sito, recuperare e pulire quello che si poteva, preparare quello che mancava, realizzare una documentazione fotografica esaustiva, ricostruire tutto il tetto com’era 2000 anni fa.

“Ecco le Piagne” invitandomi a guardare per aria. Sono lastre di ardesia di forma rettangolare osate una sopra all’altra, orizzontali e non oblique come si fa con coppi, tegole o scandole.

“Ne abbiamo realizzate e posate per un totale di circa 3.000 quintali. Tutte a mano. Nota anche la raffinatezza costruttiva dello sporto di gronda, fatto tutto di piccoli mattoni in cotto. Un anno, per fare questo tetto.”

Continuiamo la visita all’interno per apprezzare il rifacimento della copertura e gli antichi capitelli.
Rientrati in paese, e dopo aver pranzato insieme, saluto il Comm. Gazzotti che con la sua storia ha confermato ancora una volta l’idea che ho, che nel mondo del restauro, il saper fare trova una delle sue migliori espressioni, poiché governato principalmente dalla conoscenza e dal rispetto per culture e discipline.

Bravo Comm. Gazzotti, bravi i collaboratori; insomma BRAVA ATHAENA.

 

 

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